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UN INCONTRO


518: Grosseto-Genova


Con la borsa da viaggio a tracolla e una mano impegnata dal cono che sta cominciando a sgocciolare, salgo di slancio sul treno che ho rischiato di perdere.

Un controllore mi raccomanda di starci più attenta, la prossima volta, e insiste per accompagnarmi al mio posto. Rido, sono soddisfatta di aver “acchiappato” il treno. Sono anche contenta della mia vita.

Nello scompartimento c’è soltanto un uomo che sembra essersi appena svegliato. — Mi scusi. Stava riposando e l’ho disturbata? — Perché ho riso davvero, di gusto.

Si passa una mano sugli occhi. — Nessun disturbo. — E prende il quotidiano abbandonato aperto nel posto accanto.

Una leccata al gelato, poi il borsone mezzo vuoto nella reticella. E comincio l’impresa di sfilare l’imper rosso avendo una mano impegnata dal gelato sempre più sgocciolante.

Lui ha interrotto la lettura e mi osserva.

Spero di non essere capitata con uno che se non ci prova non si sente realizzato come maschio.

Appena ho finito con le mie manovre mi sistemo nel posto prenotato, proprio di fronte al suo.

Riprende a leggere, senza un commento. Legge davvero, non per finta. La Repubblica.

Finisco il gelato. Mi alzo e dalla tasca esterna del borsone sfilo il quotidiano acquistato uscendo dall’albergo: la Repubblica.

Alza gli occhi. Accenna un mezzo sorriso e non dice niente.

Il mezzo sorriso ha dato vita ad un viso, altrimenti, comune. Un uomo come tanti, lineamenti grossi ma non rozzi. Bocca grande e pure il naso.

Di solito gli uomini si sentono in dovere di parlarmi, questo no. Sembra che il silenzio non gli faccia paura, che per lui non sia un orrendo vuoto da riempire di ciance.

In silenzio. Io leggo e lui legge. Ci scambiamo brevi occhiate.

E’ bruno di capelli e anche di barba, ha già una bella ricrescita. Deve essere alto, massiccio senza essere grasso.

Levis cinque tasche senza stranezze, come i miei. Camicia a quadretti e maglione tinta sabbia.

Lo studio, mi studia. Tutto in silenzio. Se i nostri sguardi si incrociano nessuno dei due finge una casualità involontaria.

Quando non legge, o non mi studia, tiene d’occhio il mondo fuori. E’ in attesa del mare, lo capisco da un mezzo sorriso, quando finalmente compare. Se lo gusta con lunghe occhiate, esattamente come ha guardato me.

La sua voce la risento a Follonica: offre aiuto ad una donna anziana salita con valigia e pupo di tre anni. Si alza, saluta, le prende di mano la valigia e la depone con gesto sicuro nella reticella.

La mia impressione che sia alto, massiccio, ma agile, trova conferma.

Parla con la signora che si scusa per il nipotino capriccioso, parla al bimbo. Con una pagina del quotidiano, quella degli annunci, ha fatto una barchetta e la fa navigare sul sedile.

E il bimbo ride.

Anche lui, guardandomi.

Quando viene annunciata Cecina e la donna si alza per prendere la valigia, lui la precede, anzi la accompagna fino all’uscita, lasciando nello scompartimento borsa, giaccone e quotidiano.

Lo sento rispondere gentilmente ai ringraziamenti della donna.

Al ritorno, dopo aver ripreso il proprio posto, ma non la Repubblica, mi parla: — Mi piacciono i bambini.

Ci sa fare. — Immagino che ne abbia… Non porta la fede, ma molti non lo fanno e ci sono i divorziati e i single con figli.

Annuisce, senza falsa modestia.

Le piace anche il mare.

A lei il gelato crema cioccolato. — Una pausa. — Gliene è rimasta un goccia sul mento.

Faccio il gesto di toglierla, mi prende la mano e mi ferma. — Perché? Le dona.

E’ come una scossa, come se un mio treno interiore stesse superando uno scambio e tutto dentro di me dovesse trovare un nuovo assetto.

No, no e no! Non voglio una storia da treno. Anzi, non voglio una storia. Il mio lavoro, inferenza statistica, mi piace.

Dopo anni da zingara, ho trovato una città in cui sto bene e dove desidero restare.

La mia vita da single mi piace. Questo tipo qui me la sconvolgerebbe, valuto con probabilità superiore al novantanove per cento.

Riprendo la Repubblica e la alzo come schermo, più per non guardarlo che per non essere osservata.

Spero che scenda presto. Spero che arrivi qualcuno ad interrompere quello che sta succedendo.

Riesco a girare le pagine tenendo ben sollevati i fogli.

Hanno appena annunciato la stazione di Spezia, quando risento la sua voce: — Se ti chiedessi di non leggere?

Abbasso il quotidiano.

E’ inutile che ti dica che non è un abbordaggio. — Il mezzo sorriso ormai noto. — Lo direi anche se lo fosse.

Immagino di sì.

Ti ho sentita ridere prima che tu entrassi. Non ho mai sentito un suono più bello.

E cosa risponde una che già si sente sballata dentro? La cosa più cretina e prevedibile: — Grazie.

Mi piacerebbe sentirti ridere di nuovo.

Da Grosseto a Spezia ci hai impiegato un po’ a deciderti a rivolgermi la parola. — Di solito gli uomini mi vedono e attaccano, ammetto che il suo silenzio mi ha confusa.

Ti ho studiata, come tu hai studiato me. — Mi porge la destra. — Antonio.

E’ una bella stretta, non troppo forte, non molliccia. Mi piace la sua mano. — Francesca.

Io scendo a Brignole. Genova Brignole — precisa.

Anch’io.

Si passa una mano fra i capelli, vorrei che toccasse i miei… — Se non fossimo in treno ti proporrei un caffè insieme. — Si corregge in fretta: — O quello che preferisci.

Un buon caffè, nero e forte. Sì.

Amaro? — E’ domanda da poco ma sembra essenziale.

Amaro.

Indica il proprio quotidiano e anche il mio. — Gusti simili?

Anche a me piace il mare, spiare l’attimo in cui finalmente compare.

Ride. Una bella risata, di uomo sano che apprezza i piaceri e anche le fatiche della vita. Ecco, sto fantasticando su quest’uomo come non mi è capitato mai. Vedo grandi segni di pericolo e decido di ignorarli. Abbiamo appena superato la stazione di Rapallo, cosa può accadermi di terribile in così poco tempo?

Allora mi hai tenuto d’occhio, Francesca! — Mi piace come dice il mio nome.

Diciamo che è stato reciproco, Antonio.

Allora, se ti va, quando scendiamo prendiamo un caffè insieme. — E riprende il quotidiano, come temendo di essersi spinto troppo avanti.

Voglio quest’uomo.

Voglio vederlo sorridere e sentirlo ridere.

Mi somiglia abbastanza da non essermi estraneo ed è abbastanza diverso da me da incuriosirmi.


In silenzio fino al momento di scendere. — Allora, il nostro caffè?

Nero, forte e amaro! — rispondo da disinvolta. Mi batte il cuore.

Stiamo entrando al bar della stazione quando commenta che lo fanno orrendo.

Gli poso una mano sul braccio. — Perché non andiamo a prenderlo da me? — Perché voglio quest’uomo!

Ride e mi passa un braccio attorno alla vita. Arriviamo ai taxi correndo.

Il primo bacio è subito oltre la porta.

Non abbiamo bisogno di parole. Il mio divano letto, una piazza e mezza, è a pochi passi.

Prima di oggi ho fatto soltanto sesso, ora sto facendo all’amore.

Voglio quest’uomo che non ride scoprendo che dopo mi viene una gran fame e che so mettere insieme soltanto spaghetti aglio olio e peperoncino.

Voglio quest’uomo che non commenta il letto nel soggiorno, mentre c’è un’altra porta, chiusa.

Poi, aspettando che filtri il caffè: — Sono stata a Roma per un convegno, ma l’ho lasciato prima della fine per un impegno di lavoro a Grosseto. Ho anche rischiato di perdere il treno perché mi si è guastato l’orologio.

Si sfila il suo e me lo mette al polso. Ha i gesti misurati e gentili nonostante le mani grandi come quando abbiamo fatto all’amore . — Anch’io ero a Roma per un convegno.

Dubito che sia lo stesso, il mio era una noia di convegno di poliziotti. Non sembri un questurino.

Ha la faccia di uno che cerca di impedirsi di ridere. — Commissario Antonio Mariani. — Alza la tazzina spaiata in una specie di brindisi.

Ma va là! — perché non so cosa dire. Non mi sono mai piaciuti i poliziotti e quando il capo mi ha spedita a Roma a tenere una lezione su applicazioni statistiche ad un branco di questurini ci sono stata il meno possibile.

Ho perso il primo incontro. La relatrice era la dottoressa Francesca Lucas. I colleghi ne hanno detto meraviglie, anche come donna.

Io.

Dovevo tornare in aereo ma i controllori di volo sono in sciopero. — Mi passa un braccio attorno alla vita. — Per fortuna. Ti va di rifarlo con un questurino o me ne devo andare?

Resta.

Quest’uomo lo voglio per sempre, anche se è un questurino, anche se ha una barbaccia dura che mi riempirà di segni, anche se ha un modo di sorridermi che mi ferisce il cuore. Me lo ferirà e lo perdonerò ogni volta.


Questa non è la fine ma l’inizio della storia fra Francesca ed Antonio, i due protagonisti della serie noir del commissario Antonio Mariani, pubblicata da Fratelli Frilli Editori.


 


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